Home

Il Fondatore

La Fondazione

La Collezione

Mostre

Contatti

LA COLLEZIONE



La collezione, attraverso numerosissimi capolavori e testi capitali per la sua vicenda creativa, documenta la ricerca pittorica di Guttuso dall'intensità espressiva del momento formativo, nell'affacciarsi agli anni Trenta, al vitalismo rinnovato della stagione sua ultima, oltre la piena maturità. Una collezione per molti aspetti indubbiamente "strepitosa" (come sottolinea più volte il curatore nel suo testo), nata da un profondo legame d'amicizia con l'artista, da una sorta di esclusivistico innamoramento culturale, che ha portato ad un impegno collezionistico del tutto mirato, divenuto quasi una "missione" in un'evoluzione di interesse dall'attualità del suo lavoro alle vicende storiche di questo.

 

 

 

Il percorso espositivo prosegue poi con gli anni del cosiddetto "post-cubismo narrativo", che ha come punto di riferimento le novità della pittura picassiana da Guerinca (1937) in poi. Nei secondi anni Quaranta Guttuso si dedica al racconto di immagini di lavoro contadino e operaio, di svago popolare, di lotta proletaria, come pure di natura e ritratti.

Il nucleo di opere propone numerosissimi testi pittorici sostanzialmente imprescindibili per chi voglia ripercorrere la vicenda creativa guttusiana nelle sue molteplici diverse stagioni.
In particolare è composta da memorabili "nature morte" degli anni Quaranta - fra realismo organolettico e narrativo postcubista - quali “Natura morta con drappo rosso” (1942) e “Grande natura morta con la scure” (1947);

 

 

 

 

La sua pittura giunge a una forte semplificazione della forma attraverso la riduzione dell'immagine a mosaico di sagome colorate, con l'esito, quindi, di un estremo risalto cromatico delle singole tessere così come dell'immagine complessiva. Appartenenti a questa fase pittorica, sono presenti in mostra l'intenso ritratto di “Turcato con il gatto Molotov” (1946), l'immagine forte e pulita del “Carrettiere siciliano addormentato” (1946) e la natura morta “Sedia, cocomero e peperone” (1947).

 

La collezione mostra quindi quegli anni di attività del maestro che Enrico Crispolti definisce di "realismo sociale", ovvero quelli durante i quali Guttuso è particolarmente attento ai temi del lavoro e delle lotte proletarie “Il carrettiere siciliano addormentato” (1947), così come alla condizione anonima e alienante dell'inurbato proletario, vividamente rappresentati da personaggi del "realismo sociale" e poi di quello "esistenziale" degli anni Cinquanta come “Uomo che mangia gli spaghetti” (1956), ma della vita sociale urbana l'artista testimonia anche i momenti di svago o di semplici incontri di lavoro, come ne “La dattilografa” (1958).
Verso la fine del decennio Guttuso sembra voler approfondire ulteriormente il proprio rapporto con la realtà. Le nature morte di questi anni, così come i nudi o i paesaggi, testimoniano un desiderio di rapporto quasi fisico con la materia.

Quando poi, a metà degli anni Sessanta, la pittura del maestro recupera una maggior chiarezza, nel realismo di Guttuso entra una nuova componente: la memoria. Dopo aver documentato appassionatamente l'epos dell'uomo comune nella società di massa, Guttuso sembra voler oggettivare tale visione, realizzando immagini che riassumano allegoricamente la condizione individuale e collettiva dell'uomo, in una compresenza di presente, passato e futuro. Esempi di questa nuova fase creativa sono alcuni assoluti capolavori della collezione Pellin, tra i quali l'autobiografico “Ritratto nell’atelier” (1975).

 

A situazioni del suo particolare "realismo memoriale" e di libertà evocativa visionaria quali “Stiratrice e ragazzo di Caravaggio” (1974), “Lamento per la morte di Picasso (1978) o “Giovane e mostri” (1980).

La collezione vanta, inoltre, la presenza di due opere di grandi dimensioni quali “Van Gogh porta l'orecchio tagliato al bordello di Arles” (1978) e “Spes contra spem” (1982). Quest'ultima è un quadro di grande bellezza e intensità: è proprio riflettendo sulla condizione dell'uomo, che è anche la propria, in cui l'artista riesce a oggettivare incubi, memorie, presenze ma soprattutto speranze.una grande allegoria autobiografica fondata sul passo acuto della memoria che costituisce il maggior teatro pittorico guttusiamo degli anni fra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta;

 Ma in questi anni Guttuso si fa anche introspettivo, scandagliando e cercando di oggettivare la dimensione dell'irrazionalità come in “Grigia è ogni teoria, ma l'albero della vita è verde” (1970).

 È un "guardare dentro di sé che da personale diventa universale e giustifica la profonda malinconia che permea la pittura di Guttuso a partire dagli anni Ottanta come ne la “Passeggiata in giardino a Velate” (1983).

 

INDIETRO